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2015: EXPO A MILANO, COLERA A DRONERO


2015: EXPO A MILANO, COLERA A DRONERO
 
Nulla di buono il meteo prometteva
ma pei quaranta iscritti al grande viaggio
nessun dubbio il fatto lor poneva
chè da Milano assenti il primo maggio
assicurato avrebbe un dì tranquillo
lungi dai rompiscatole “sociali”
che, con spirto acuto come spillo,
hanno annunciato casotti infernali.
Fu così che , da bravi scolaretti,
puntuali si presentano all’appello
e all’otto e trenta, lasciati i loro letti,
son lì seduti, ognuno col suo ombrello,
nel torpedon che li porterà nel viaggio.
Già era scattato il segnal di partenza
quando dell’Orlando un rapido conteggio
di due fanciulle registra la mancanza.
La Misa par che arrivi, trafelata,
ma della Nella, un novello acquisto,
neanche una semplice telefonata
che alle nostre ansie ponga fine.
Elena chiama di Nella il cellulare
il cui squillo risveglia un indormenta
che candidamente rivela alla comare
di aver messo la sveglia a sei e quaranta,
di averla sentita chiaramente,
per ricader in braccio poi a Morfeo.
Rapide decisioni e immantinente
In via Revere, ratto fu visto andar,
con tutti i suoi gitanti, il carrozzone,
per non perder altro tempo e ritirar

la bella addormentata dal lettone.
Bella gatta abbiamo avuta da pelare
e, perché ciò possa non più capitar
a Pellegatta una “sveglia cannone”
verrà donata, per non più tardare.
Si è però creato un precedente
assai pericoloso pel futuro:
nella gita dell’anno subentrante,
e che il fatto si verifichi è sicuro,
ben quaranta ritiri a domicilio
previsti son dagli organizzatori
che per l’anno venturo han prenotato
 un pullman con giacili eccezionali,
servizio incorporato e tanti fiori
per invitar ad esser puntuali.
Per l’Orlandone un suggerimento
voglio  inserir in questa sbrodolata:
per evitar qualsiasi smarrimento
insieme alla fotocopia originale
del proprio documento personale,
quando si registra l’iscrizione,
il numero del proprio cellulare
depositare lì doverebbe ognuno,
ma nel contempo potrà ritirare,
scegliendo con cura il momento opportuno
in cui Federica sia lì a lavorare,
del grande capo “l’approccio auricolare”.
L’itinerario per giunger alla meta
di positive sorprese è stato ricco:
il cielo pien di nuvole di seta
da un sole folgorante illuminato
corona fa del bel Monviso al picco

che, maestoso, al centro si staglia
 di cento cime ancor tutte di ghiaccio
che, viste da scenografica distanza,
danno l’impressione di un abbraccio
a tutto il paesaggio circostante.
La campagna, da molte e variegate
tonalità di verde spennellata,
i lunghissimi filari allineati
di alberi da frutta incappucciati
da fitte reti messe lì a difesa
contro la grandine che piomba improvvisa,
i grandi campi di terra erpicata
dalla pioggia recente inumidita,
di mais appena spuntato punteggiati
dalla corona dell’Alpi circondati
uno spontaneo pensier han suscitato:
uno spettacol così, da sé, “valeva il viaggio”.
Gli ultimi anni, ad ogni primavera,
quando guardo i colori del mio faggio
e godo questa magica atmosfera
penso sempre ”chissà se un’altra ancora
l’anno venturo ne vedrò fiorire”.
Non è per la paura di morire
ma un momento così non va perduto!
Di certo, mi vien proprio da pensare,
il Padre Eterno, nella sua magione
una “straprimavera” ha preparato
anche se, in quella situazione,
importerà sol l’esser da Lui arrivato.
Dopo la prima Chiesa ad Avigliana
che si specchia nell’acque di un laghetto,
un ristorante cominciò l’ingrasso,

fornendo lor un ottimo banchetto,
dei quaranta turisti milanesi
che tregua in alcun modo mai concesse
a niun di lor, sien magri oppur obesi.
Della splendida Sacra di San Michel
del tutto  ignoravo l’esistenza
e posso quindi ringraziare il Ciel
e chi, prima del mille, con pazienza,
e  tonnellate di pietra, in cima al monte
una Chiesa-fortezza ha costruita;
ora è l’emblema della Region Piemonte.
Sull’erta scala, che è detta dei Morti,
l’atletismo dei gruppi è collaudato;
della Signora sfidato abbiam le sorti
ma sino al culmine siamo poi arrivati
dove un panorama eccezionale
di Susa sulla valle abbiam mirato.
Di NO TAV neanche l’ombra, perché tutti
In trasferta a Milan erano andati.
Una guida logorroica e appassionata,
del suo territorio innamorata
che del nostro bel giro fu la guida
ci parla dei Saluzzo e dei Savoia,
della Rosa ci fa sentir le grida
quando, sciocchina , per rompere la noia
e per contentar le amiche un po’ insistenti,
dall’alto della torre s’è buttata:
Maria però una seconda volta
la recidiva di salvar s’è rifiutata.
Il dì seguente Saluzzo ci ha accolta,
fra le sue vecchie case passeggiamo
e quella dei Cavassa, ora un museo,

compatti, tutti in fila visitiamo.
Della Misericordia la Madonna,
che a tutti apre il manto accogliente
che li protegge come una capanna,
il bel dipinto abbiamo ammirato
e tutti i vani ove abitualmente
vivevan quei ricconi del passato
che, pur avendo camini e lettoni
un freddo cane dovevan patire;
fino sopra il naso avevan  geloni!
Lunghesso la stretta e tortuosa strada
che fino a San Costanzo ci fa arrivare,
da un custode impiccione bloccati
tutti a piedi per quella contrada
sudando a camminare ci ha obbligati
mentre lui, gentilezza ostentando,
(e dei lor piedi dolci profittando)
macchinate di fanciulle portava
insino in cima al monte ad ammirare
di una vecchia Chiesa la visuale,
la buia cripta, la parte absidale
e pure dei marron l’essiccatore.
A lungo poi ci ha perseguitati
togliendo a nostra guida la parola
e, alla fin ce ne siam liberati
dando una mancia (e non con la pistola!)
Con la funicolar che sale a Mondovì,
da Giugiaro da poco restaurata,
tutti avrem dovuto andare il  venerdì,
ma nostra guida s’è dimenticata
di chiedere l’orario del servizio
che sol più tardi avrebbe avuto inizio.

Ci siam rimasti proprio tutti male
per l’esperienza che ci era negata
e con il pullman in alto siam saliti.
 E’ stata scelta ogni isolata altura
dagli abitanti dei paesi vicini,
un tempo, quando abitar in pianura
tutti a rischio poneva i cittadini;
è proprio per questo che Mondovì,
come Cuneo e Fossano, per difesa
in alto loco allor si costruì.
Troppo rossa, almen per me, la Chiesa
che alla Missione è dedicata,
ma un più attento esame mi rivela
di Andrea Pozzo, giovin Gesuita,
della navata central nella campata
dietro l’altar, la bella prospettiva
che, anche se su muro liscio pinta,
come di volta effetto otteneva.
La sua conoscenza architettonica,
unita a una pazienza certosina,
di Ignazio il trionfo ha immortalato
in altre Chiese poi, capitoline
e sino a Vienna la sua arte è giunta.
Intanto nostra guida non taceveva
e con nozioni sempre ripetute
le nostre cappocce lei imbottiva
ma tutte quelle storiche nozioni
veloci dal cervel sono sgusciate.
Restano sol, nei profondi gironi,
della bella Griselda le avventure
e dei Marchesi storielle piccanti.
Del nostro Don diritto abbiam difeso

a legger i suoi brani edificanti
almeno una volta nel corso del dì
perché, per sua innata discrezione,
non mette bocca se parla “quella lì”,
ma due soli Vesperi riuscì a recitare
lo posso assicurar, non è una fola!
In valle Grana a cena siamo andati,
ma prima alla “Poiana”siam passati
dove ogni cacio, fresco e immacolato,
in puzzolente e sapido si muta
ed è così che tutti abbiam comprato
di Castelmagno doc quasi una forma
e il blu di mucca, un poco salatino,
lo abbiam gustato ma…mancava il vino.
In quel di Bastia, vicino a Mondovì
 una Cappella proprio modestina,
da dove San Fiorenzo un dì partì
a chiamata Divina in obbedienza,
gli affreschi conserva strepitosi
con fine propedeutico pittati
che narran con grande sapienza,
pel volgo ignorante che legger no sa;
raccontano dei vizi capitali
e del dimonio ci rivela i musi
che tutto nero e pure senza l’ali
i peccator divora, un po’ atterriti;
giudici ed avvocati son sistemati
 sotto le chiappe ardenti del suddetto
(e il fatto da un cartiglio è confermato)
così arrostiti son come un capretto.
Precisa descrive ogni tappa
un’altra inquadratura, lì vicina,

che percorrer deve il pellegrino
per giunger dei Beati alla collina.
Invan in tutto il viaggio avea aspettato
che capitasse qualche accadimento
del Badalon fornrndo un sostituto
sì che potessi risolvere il tormento
e un titolo trovar un pocoo arguto
allo pseudopoema immaginato.
Inesorabile il tempo trascorreva,
con belle Chiese, ori scintillanti,
ostensori, collane, anche un diadema,
mancava sol l’evento scatenante
per un titolo dare al mio poema.
Nell’ultima giornata, all’imbrunire,
dopo un lauto pranzo a Vicoforte
(ristorante “Museo del Cioccolato”)
dove, del propietario la consorte,
con malagrazia  sui piatti ci schiaffava
la teobromina con cui era condita,
ogni pietanza che al tavol giungeva
(per dire il ver con scarsa inventiva!).
A sua discolpa va qui segnalato
che in precedenza era stata avvisata,
mentre all’inizio servia l’affettato,
che alle due e mezza tutto finito
esser doveva a tempo di primato.
Ogni nonnetta si è caricata,
uscendo da quel mar di cioccolato,
di pacchi e sporte pei nipotini
a bordo tutto il peso han trascinato
e un poco il bus fatica alla partenza.
Nulla mi potea far presagire

che la soluzion dello sperato evento
era proprio sul punto di arrivare
siccome un’esplosion con molto vento
nel tranquillo tran-tran del nostro viaggio.
Il titolo che illustri questo evento
sarà  un po’ difficile a trovare
chè la parola che termina con “otto”
per gita parrocchial non è appropiata.
 Dei futuri eventi ancora ignari
di Fossan giungiamo nel castello
dai Principi d’Acaja costruito.
In questo loco ricco di passato
un increscioso fatto è capitato:
ben tre signore in rivoluzione
lo stomaco han ridotto, poverelle
e pria di giunger a destinazione
son dieci i colpiti da tossinfezione
che dura bersaglia le nostre budella.
C’è pure l’autista, il che fa pensare,
difficil col pullman a casa tornare.
L’Aesseelle vien mobilitata:
in Ospedale ci vogliono portare,
caparbio resto fuor dalla retata
e così nel mio letto prendo sonno
(che non dura però sino al mattino!).
Dopo una notte molto travagliata
il mio pancione si riesce a quietare
e pure gli altri, autista compreso,
la baldanza abituale hanno ripreso
sì che a Racconigi, il dì seguente,
in carrozza tutto il parco abbiam girato
che, di Carlo Alberto dietro commissione,

gli avi di Giulia avevan progettato
 qundo hanno mutata nello stile italiano
del buon Kurten la vecchia piantagione
(ma senza cactus e senza vulcano).
Questa composizion era arrivata
or son otto dì a pagina sette
quando al duro parer fu sottoposta
di un censor che non voglio nominare
che, molto deluso, ha giudicato,
 nella sostanza l’opera apprezzando,
che la maggior parte delle cose belle
non vien sicuramente ricordata.
Alle critiche io non son ribelle,
di nuovo pongo mano alla ballata,
paziente ricomincio a scribacchiare
per impinguar la russa insalata,
fin a pagina dieci sono arrivato
Un poco di carta per risparmiare
su due colonne la composizione
senza fatica ho ricompattata.
Se voi lamentele quindi avrete
per la lunghezza della narrazione
altro da far non avrete che arrestar
del testo ridondante la lettura.
  Al termine del giro mi son detto
che fra un annetto, ormai troppo anziano,
venir non potrò a far questo viaggetto
 si beccherà allora il mandriano,
che questo gregge cura con affetto,
anche di poetare il gran diletto.
                                                                     
                                                Erbi della Ruera      

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136