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Chiamati ad essere santi



 
Ci avviciniamo al mese di novembre. Un mese che iniziamo con il ricordo della morte e dei nostri defunti, anche se di fatto inizia non con la commemorazione dei fedeli defunti – il giorno 2 –, ma con la gioiosa celebrazione di tutti i santi, il giorno 1. Ciò significa che anteponiamo la vita alla morte; la vita in Dio, in cielo, di quanti si sono aperti, nella vita e nella morte, alla sua bontà e alla sua misericordia, nella fede, nella speranza e nell’amore.
 
Le due celebrazioni ci pongono davanti al mistero della morte e ci invitano a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella vita eterna. Solo i cristiani hanno questa speranza, se ci dovessimo dimenticare di testimoniare il nostro credere “nella vita del mondo che verrà”, il mondo sarebbe effettivamente più povero. Oggi, purtroppo, nessuno parla più di questi valori!
Nella festa di Tutti i Santi celebriamo i meriti di tutti i santi, il che significa soprattutto celebrare i doni di Dio, le meraviglie che Dio ha operato nella vita di queste persone, la loro risposta alla grazia di Dio, il fatto che seguire Cristo con tutte le conseguenze è impegnativo, ma possibile. Così dice il libro dell’Apocalisse: “Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce:

«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e veritiero,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
contro gli abitanti della terra?».


Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.” (Ap 6)
 
Una moltitudine immensa di santi sono arrivati alla pienezza che Dio vuole per tutti. Celebriamo e ricordiamo quindi la chiamata universale alla santità che ci rivolge il Signore: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48).
 
Nella festa dei defunti, la Chiesa ci invita a pregare per tutti i defunti, non solo per quelli della nostra famiglia o per i più cari, ma per tutti, soprattutto quelli che nessuno ricorda. L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la memoria liturgica risale al 2 novembre 998, quando venne istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, in borgogna nel sud della Francia. Roma adottò questa pratica nel XIV secolo, e la festa si diffuse in tutta la Chiesa. In questo giorno commemoriamo il mistero della Resurrezione di Cristo che apre a tutti la via della resurrezione futura.

In questi giorni, una delle nostre tradizioni più radicate è la visita ai cimiteri per andare a trovare i familiari defunti. Momento di preghiera, momento per ricordare i cari che ci hanno lasciato, momento di riunione familiare. Ma non dimentichiamo che il vero suffragio per i defunti è l’Eucaristia. Celebran¬do l'Eucaristia, la Chiesa vede che il frutto più bello della Pasqua è la santità. Celebrando l'Eucaristia, la Chiesa vi vede la possibilità di salvezza dell'uo¬mo perfino nella morte e perciò prende a carico non solo il cammino dei cristiani in questa terra, ma anche coloro che nella morte possono aprirsi all'ultimo intervento salvifico del Signore, cioè i fedeli defunti.

Così ci dice Papa Benedetto: “La Celebrazione eucaristica, nella quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell'attesa della sua venuta, è pegno della gloria futura in cui anche i nostri corpi saranno glorificati. Celebrando il Memoriale della nostra salvezza si rafforza in noi la speranza della risurrezione della carne e della possibilità di incontrare di nuovo, faccia a faccia, coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede. Vorrei ricordare a tutti i fedeli l'importanza della preghiera di suffragio per i defunti, in particolare della celebrazione di sante Messe per loro, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. Riscoprendo la dimensione escatologica insita nell'Eucaristia, celebrata ed adorata, siamo così sostenuti nel nostro cammino e confortati nella speranza della gloria (cfr Rm 5,2; Tt 2,13). (Benedetto XVI Sacramentum caritatis)
 
Queste tradizioni, purtroppo, si vedono da qualche tempo invase da quelle provenienti da altri luoghi, rese popolari dal cinema e dalla televisione e che sembrano intrise di superficialità e consumismo.
Non è mia intenzione sminuirle, ma sarebbe un peccato che un approccio puramente ludico tra lo scherzo e il terrore a base di teschi, streghe, fantasmi e altro finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra, più basate sulla convivenza e sull’incontro di festa con la famiglia e i propri cari, nella preghiera per i nostri defunti e nella contemplazione di Dio, il Santo, che ci chiama alla perfezione.
Con ogni augurio di bene
 
Don Maurizio
 
 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136