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Il Santo, il pittore, il poeta



 
In questi giorni mi tornano spesso alla mente i nomi di tre personaggi: San Francesco d'Assisi, Piero della Francesca, Francesco Petrarca.
Al di là di una superficiale somiglianza fonetica nella pronuncia, peraltro assolutamente insignificante, che cosa li accomuna? Apparentemente niente, se non il fatto che ho avuto occasione di ricordarli in occasione del recente viaggio compiuto in Toscana, in particolare nel territorio aretino, con un gruppo di amici. Tre uomini diversi, vissuti in secoli diversi, che per brevità potremmo definire semplicemente con diversi appellativi: il Santo, il pittore, il poeta.
Inizialmente prendiamo in considerazione " il Santo". Entrando nel complesso de La Verna, arroccato su un monte del Casentino, definito da Dante "crudo sasso intra Tevero e Arno" (Dante, Paradiso, Canto XI, verso 106), dopo un percorso in salita tra boschi di abeti e faggi, ci si sente subito immersi nell'atmosfera di spiritualità francescana. Qui, dove Francesco trascorse l'ultimo periodo della sua vita, si percepisce ancora la sua presenza nei luoghi più significativi: prima di tutto la cappella eretta proprio dove nel 1224 ricevette le stigmate ("da Cristo prese l'ultimo sigillo" - Dante, Paradiso, Canto XI, verso 107); la grotta dove iniziò la sua vita eremitica, seguito poi da pochi compagni; il sentiero sovrastante il "precipizio", dove subì la tentazione del demonio; il "sasso spicco", sotto cui si ritirava per isolarsi da tutti, meditare e soprattutto pregare, in intimo colloquio con Dio. La natura della zona è aspra, il paesaggio quasi selvaggio: ma dall'alto di un piccolo pianoro si domina la pianura sottostante, che, come la maggior parte della campagna toscana, predispone alla contemplazione e alla serenità.
Passando poi alla città di Arezzo e a Borgo San Sepolcro, inevitabilmente ci si trova a contatto col "pittore": Piero della Francesca. In San Francesco, nella cappella Bacci, l'autore, con lo stupefacente complesso della "Leggenda della Croce", ci fornisce un'ampia testimonianza narrativa, che include personaggi storici e non, scene di battaglia, figure di santi e di creature celesti, e altro, il tutto sviluppato con perfetta armonia formale e grande ricchezza luministica e cromatica (secondo l'eredità di Domenico Veneziano e le teorie esposte da Piero della Francesca stesso nel trattato "De prospectiva pingendi" in cui, secondo uno studioso, l'autore "teorizza la sintesi prospettica di forma e colore"). A Borgo San Sepolcro, invece, tra le altre opere conservate, si distinguono il Polittico con la " Madonna della Misericordia", vivacissimo nel suo colorismo e nella ricchezza di immagini, e l'affresco della "Risurrezione", in cui l'asse centrale divide a metà la figura di Cristo emergente dal sepolcro, mentre i quattro personaggi in basso sono disposti secondo uno schema geometrico e con valore simbolico; si nota qui una cercata simmetria e un inizio di studio prospettico.
A Monterchi, paese natale della madre del pittore, è conservata la suggestiva " Madonna del Parto", ritratta nella sua ieraticità sotto l'ampio tendaggio sorretto da due angeli, in posizione speculare ma differenti nella colorazione. L'immagine è ancora oggi oggetto di devozione come protettrice delle partorienti. Per tornare ad Arezzo, antica città etrusca, poi passata nei secoli attraverso vicende e dominazioni diverse, occorre ricordare che non solo diede i natali al succitato Petrarca, poeta, scrittore di opere latine, autore di trattati religiosi, erudito (di lui si conservano la casa, il monumento e altre testimonianze, per esempio nella toponomastica cittadina, come nella Via Madonna Laura), ma anche fu luogo di nascita o dimora temporanea di altri personaggi illustri, tra cui Caio Cilnio Mecenate, "mecenate" di Orazio e Virgilio, Giorgio Vasari, Francesco Redi, Pietro Aretino e Guido Monaco, che inventò il tetragramma e diede il nome alle note musicali. Molto altro si potrebbe dire su queste e le altre tappe del viaggio: l'Eremo e il Monastero di Camaldoli, all'interno di una foresta che li circonda di un'atmosfera particolare; l'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, ex luogo inospitale ("deserto di Accona"), che domina il paesaggio aspro delle "Crete", ricca di affreschi di Luca Signorelli e Sodoma; Pienza, la città ideale del XV secolo, voluta da papa Pio II e realizzata dal Rossellino, rimasta incompiuta; Montepulciano, su un colle, con la piazza principale circondata da splendidi palazzi e cinta da mura; Anghiari, con il borgo antico caratterizzato da case di pietra, stradine scoscese, vicoli, scale...
Qualcuno ha osservato che "di Toscana non ci si sazia mai": è vero, e possiamo dire di averlo sperimentato anche noi. Il bello, in tutti i suoi aspetti, paesaggistico, letterario, artistico e... perchè no? anche gastronomico... attrae e "cattura" sempre. Alla fine di queste mie note, vorrei accomunare i personaggi citati all'inizio sotto un'unica, forse un po' sorprendente, etichetta: "innamorati".
San Francesco, lo sposo di Madonna Povertà, ha sempre rivolto il suo amore a Dio, al prossimo e a tutte le bellezze del creato, espressione dell'opera divina.
Piero della Francesca, con la sua pittura, ci ha trasmesso un messaggio d'amore verso Dio, la Madonna e l'arte.
Francesco Petrarca ci ha lasciato in eredità una grandissima passione per la poesia, la cultura, l'erudizione, da vero rappresentante delle tendenze del XIV secolo.
Veramente l'amore si manifesta con caratteristiche e sfaccettature diverse!

Matilde Perego

 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136