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La chiesa e il cimitero di Gries



 
Il più bel ricordo delle terre dell’Alto Adige è coinciso con il primo giorno del nostro viaggio.

All’uscita dall’albergo la prima sera, dopo cena, mi sono avviato con alcuni compagni di viaggio verso il campanile gotico che si alzava a poca distanza. Lungo un stradina ciotolata costeggiante un vecchio muro coperto di verde siamo arrivati alla “piazza delle chiesa”. La sorpresa è stata quella di trovare che” la piazza” altro non era che il cimitero di Gries che con una selva di croci e lapidi abbraccia l’intero perimetro della chiesa e del suo campanile che dall’alto delle loro alte ed antiche mura vigilano sulla memoria dei propri amati fedeli.

Ci siamo trovati immersi in uno spazio quasi surreale di silenzio: un’”isola felice” racchiusa dal vecchio muro al di là del quale si stende una grande vigna urbana la cui geometria dei filari si contrappone al commovente accavallarsi dei monumenti funebri al di qua del muro. Ho letto e sentito questo spazio come il forte simbolo della storia di una grande civiltà comunitaria, tuttora viva e continua e che riassume in sé la storia della comunità espressa nei valori primi del proprio stare su quel territorio: il lavoro, la fede, la memoria in una sintesi anche spaziale di grande fascino e suggestione.

Questo modello urbanistico del cimitero legato alla chiesa e quindi in posizione centrale rispetto all’insediamento urbano ha dovuto purtroppo essere abbandonato nel corso della storia sia per ragione della mancanza degli spazi di ampliamento, sia per ragioni igienico-sanitarie. Si è però perso oltre al modello storico-urbanistico anche e soprattutto anche l’altro modello dei valori ad esso uniti. Quando il cimitero è diventato un servizio lontano dall’abitato ”noi andiamo al cimitero a trovare i nostri morti”; nelle comunità alto-atesine “i nostri morti” continuano a vivere con noi, vicino alle nostre case, sotto le mura protettrici della Chiesa che li ha ospitati tutti nel corso della loro vita.

Un altro piacevole incontro nel nostro viaggio è stato quello con l’urbanistica dei centri cittadini medioevali visitati: Rovereto, Bressanone, Merano, Chiusa…. Oltre al ritrovamento delle tipologie comuni agli insediamenti di questo periodo ho molto apprezzato la grande varietà delle architetture affacciantesi lungo tutti questi percorsi. I fronti delle proprietà sono estremamente frazionati e ridotti e quindi il disegno generale è molto spezzato, mai monotono, ciò che lo unifica, nella diversità, è la presenza forte ed originale su ogni fronte dei bow windows, sempre presenti ma con disegni, volumi e posizionamenti sulle facciate sempre differenti. Per meglio apprezzare queste sequenze architettoniche il miglior sistema è stato quello di camminare al centro delle strade, sempre pedonali, con gli occhi verso l’alto, senza farsi distrarre dai negozi … come a N.Y… ,ma là è un po’ più complicato …

Ernesto Giorgetti
 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136