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Ricordo di Valentino Vago



Carissimi
Volevo condividere con tutti gli amanti dell’arte il dolore per la scomparsa di Valentino Vago, pittore milanese di adozione, ma profondamente “brianzolo”. Forse ad alcuni non dirà molto, ma volevo raccontarvi brevemente la mia esperienza molto significativa, accompagnata da vera amicizia, con questo autentico Maestro della luce e del colore.
Appena arrivato a Rovello Porro nella parrocchia dei SS Pietro e Paolo subito mi accorsi che la grandiosa chiesa parrocchiale aveva bisogno di un intervento che la rendesse “significativa”. Con alcuni collaboratori andammo a vedere la prima delle 21 chiese dipinte da Vago e qui ebbi l’intuizione che la chiesa di Rovello avrebbe dovuto seguire quell’esempio di arte. Da una parte un intervento fortemente “plastico” nelle sculture del presbiterio di Floriano Bodini dall’altra una velatura dello spazio attorno che immergesse la chiesa stessa  in una luce leggera e trasfigurata come la pittura di Vago. Il dialogo tra i due artisti, incontrati insieme, e una serie di fortunate coincidenze, che non  sto a narrare, hanno fatto nascere un autentico capolavoro.
 

Con Valentino abbiamo fatto un percorso straordinario di ricerca appassionata di figure significative, tratte dall’immenso forziere del patrimonio artistico che la storia ci ha consegnato. Immagini celebri che, pur nella forma artistica data dai grandi maestri, divenissero capaci, attraverso la trasfigurazione di una luce intensa e penetrante, di “insegnare” ancora Dio e il percorso esemplare di una chiesa degli Apostoli che dalle origini spiega con l’ascolto della Parola, lo Spezzare del pane, la preghiera e l’unione fraterna, la propria fedeltà al messaggio evangelico ricevuto dal suo Maestro.
Immagini sospese nel tempo che conservano il loro perenne significato rivisitato da una eterea bellezza come solo la luce può creare, emergenti da un mare di colore soffuso, mai travolgente, grandi nella loro forma, ma teneri quanto una carezza.
Quale meraviglioso cammino abbiamo fatto facendo “nascere” quest’opera. Sì perché come ha detto giustamente Don Giuseppe nell’omelia del funerale l’arte non  si “fa” si “genera”. Valentino diceva sempre che “appare” misteriosamente, quasi come a togliere un’incrostazione che poi fa emergere uno splendido affresco del passato per anni nascosto. Ricordo il suo volto gioioso quando togliendo un supporto faceva apparire uno splendido angelo.
 

 
La nostra chiesa è dipinta con le “ali” nel senso che è cosparsa da miriadi di angeli di cui a volte si intuiscono soltanto le ali, appunto. Questo termine “ali” però più che figurativo è altamente simbolico: sono le ali della leggerezza, di uno spazio luminoso dove è bello “abitare” preludio della città del cielo e del suo magnifico canto “nuovo”.
Leggerezze che ha fatto dire a un commentatore, critico d’arte: “se questa chiesa non avesse questo marmo alla sua base, volerebbe via”.
Entrando in una chiesa dipinta da Valentino, scrivevo nel libro di presentazione della chiesa di Rovello, se ci si mette in ascolto e ci si lascia avvolgere dalla luce e dal colore, si scopre sicuramente una forte emozione capace di essere segno di una Presenza.
Rapporto di pace e di armonia, dunque, che si pone all’origine della vita, del modo con cui Dio si comunicava all’uomo, passeggiando con lui nel giardino dell’Eden, nella familiarità della brezza di un vento leggero. Dio si manifesta dunque nella dolcezza, da lui affidata all’uomo come una missione.
Non è forse questa l’esperienza di Elia che scopre la presenza di Dio non nella “forza” di un tuono, di un terremoto e di un fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero?
L’arte, e in particolare la pittura, (sono parole di Valentino) deve cercare esclusivamente l’altrove, deve rendere visibile l’invisibile. Il colore che prediligo è il giallo, cioè la luce, la nota fondamentale della tavolozza.
All’artista è richiesto solo di esprimersi con la massima sincerità e senza memoria, cioè dimenticando il retaggio pesante delle ideologie. Occorre porsi davanti all’opera in silenzio e lasciare che essa accada. L’opera che nasce appartiene solo a se stessa. L’artista che esegue è solo un mezzo, un tramite, a lui è richiesto solo di far sì che tutto accada in modo bello, affascinante, che parli a tutti, senza spiegazioni: il vero parametro della bellezza, infatti, è il cielo, che non ha bisogno di esegesi. La bellezza chiamata a vestire l’edificio-chiesa deve essere semplicemente celestiale; una bellezza moderna, certo, ma che nasca dallo stupore.
 
 
Sono dunque convinto che il visitatore trovi in queste chiese il senso pacificato di una profonda unità data dal sereno miracolo di una luce soprannaturale, chiara e purificata come dopo un temporale riparatore, (per chi ama la musica ci potrebbe essere un esempio significativo nell’ultimo movimento della 6 sinfonia di Beethoven) una luce che tutto lava e intride. La dolcezza velata delle immagini, la grazia composta di questo spazio sospeso,  la pacatezza dei colori, propagano, dalle pareti della chiesa, il messaggio di una grande armonia interiore, ispirano il senso di una profonda unità e pacificazione tra cielo e terra, tra contingente ed eterno, e una missione più grande non si potrebbe riconoscere a un’opera d’arte.
Non dico qui i tanti ricordi dell’amicizia che ci ha legato, le tante telefonate personali e gli inviti graditissimi a tutti gli eventi. Veniva a prendermi per portarmi a vedere tutti i suoi nuovi lavori per pormi la domanda famosa: “Allora cosa ne dice?”
Lo sguardo sul bellissimo quadro che mi hai regalato, autentico squarcio sull’aldilà, continuerà comunque la nostra misteriosa comunicazione.
Don Maurizio

Aggiungo di seguito le parole di un amico, Luca Frigerio, giornalista e critico d’arte, che trovo veramente illuminanti per comprendere la grandezza della sua opera.
Valentino Vago si è spento questa mattina, nella sua casa di Milano. Il pittore “nato astratto” aveva 86 anni. Scompare proprio mentre la sua città gli dedica un significativo tributo, con una grande mostra antologica presentata in due storiche gallerie milanesi, dal significativo titolo: “Oltre l’orizzonte”.  «La mia pittura esiste già a priori, e io non sono che uno strumento che ha il compito di portarla alla luce…». E proprio di luce pare fatta l’arte di Valentino Vago. Un’arte misticamente astratta, pura e purificata, così intimamente sacra, che sembra attingere direttamente alla scintilla della creazione fino ad evocare la gloria della resurrezione, dove ogni cosa è trasfigurata dall’amore divino, dove ogni frammento non è perduto, ma ricomposto nell’eternità. Immagini e segni, sulle tele come sulle pareti delle chiese affrescate dal maestro milanese, che emergono come epifanie di colore, come testimonianze di una fede personale che si fa professione comunitaria: angeliche presenze, annunciatrici di una beatitudine paradisiaca, già donata e ormai immutabile.
Sì, mostrare l’Invisibile, è stato lo scopo della pittura di Vago. Dare forma all’Ineffabile, la sua essenza. Dire l’Indicibile, la sua sfida. E facendolo, emozionare. Non il brivido effimero ed epidermico di un’improvvisa meraviglia, ma il sussulto stesso dell’anima, quel movimento interiore che attraversa le profondità del nostro essere di fronte alla consapevolezza che c’è una bellezza che salva, davanti alla certezza della misericordia di Dio, che è per tutti e per ciascuno. Così che ogni pennellata si fa preghiera, ogni campitura di colore invocazione, ogni nostro sguardo inno di lode.
Quella di Valentino Vago è stata una carriera straordinaria, e per molti aspetti unica, nel panorama artistico italiano, dalla seconda metà del XX secolo ad oggi. Il cammino limpido, seppur a tratti sofferto, non privo di ripensamenti e di aggiustamenti di rotta, di un pittore che ha intrecciato incessantemente la sua vocazione artistica con la sua ricerca spirituale, a svelare e rivelare il Mistero. Così che la sua pittura modernissima, pervasa d’ascesi, può trovare consonanza e paragone, in modo solo apparentemente paradossale, proprio nei vertici espressivi della spiritualità medievale, nell’eterea serenità di Beato Angelico, nelle travolgenti cromie di Giotto.
Ha voluto trascinarci con lui, Vago. Mostrarci quel che il suo sguardo azzurro contemplava oltre il quotidiano. Avvolgerci in quei suoi colori sfumati, morbidi, luminosi, che non vogliono essere consolatori, ma riflessi di un mondo trasfigurato che ha trovato infine pace e riconciliazione. Innalzarci in un universo poetico, dove tutto sembra dissolversi nella redenzione di una luce metafisica. Un pezzo di Paradiso: quello che adesso Valentino contempla.
 

 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136