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Un apprendistato per la vita: “metterci l’anima”



 
Omelia di don Gianfranco al Santuario di Pietralba
Il Vangelo : Mt 11, 25-30
27 aprile 2013

Il Vangelo e il luogo “mariano” di Pietralba mi suggeriscono il tema per questa nostra eucaristia, mentre siamo in viaggio e in disteso scambio di amicizia. “Metterci l’anima” è forse l’atteggiamento più alto che la vita ci propone. Con questa espressione si vuole esprimere il coinvolgimento pieno della persona in un progetto, in un’azione, in un rapporto. Quando uno di noi afferma: “Ci ho messo l’anima”, intende dire che non si è risparmiato, che ha tirato fuori tutte le sue energie per il buon esito di quello che gli stava a cuore. I campi in cui questo ci accade possono essere i più diversi: un amore, un cambiamento voluto, un’idea ritenuta particolarmente importante, un “valore” da non smarrire dentro il dispiegarsi quotidiano della vita.

Dentro la cultura in cui siamo immersi, è bene che ricordiamo che “metterci l’anima” non coincide semplicemente co un sentimento o un trasporto del cuore o dei sensi. Ci mette l’anima solo chi è disposto a mettere il gioco la propria vita – almeno in una data circostanza – perché qualcosa di grande, di valore avvenga o trovi compimento, e possa manifestarsi compiutamente. Penso che ciascuno di noi ha conosciuto stagioni così. E sappiamo, qui, stasera e nella prossimità dell’eucaristia che stiamo condividendo, che ci sono “cose” e “rapporti” per le quali siamo chiamati a metterci l’anima e a metterci il cuore. Di solito non si tratta neppure di realtà definitive e consolidate una volta per tutte. La loro precarietà è sotto gli occhi di tutti: la pace domestica, la pace civile e sociale, una democrazia degna di questo nome; lo stesso “dialogo”, di cui tutti riconoscono l’urgenza, è sostituito nei fatti da lunghi monologhi, in cui il più forte detta le condizioni, in cui è frequente che ci si offenda se l’altro ci pone delle domande o fa resistenza o ci mette di fronte alla sua indisponibilità.

Sappiamo bene che, per sua natura, lo spirito cosiddetto borghese tende a relativizzare l’impegno e ad ammorbidire gli assoluti: mai qualcosa che dica tutto, mai qualcosa che assorba interamente, mai un contesto che non permetta le mezze misure, mediazioni, equilibri al compromesso.

Sto immaginando, ora, mentre vi osservo (siete tutti padri e madri, nonni o nonne, forse già anche bisnonni) come sia stata la vostra sorpresa a mano a mano che vedevate crescere i vostri piccoli: li vedevate apprendere la da voi pressoché tutto della vita e dei suoi linguaggi, ma anche li scorgevate pur nel profilarsi delle loro differenze – le fisionomie del volto e del fisico, ma anche quelle temperamentali, e poi quelle della personalità e della cultura che si plasmavano – la stessa appartenenza all’avventura dell’umano … il loro gioire e il loro soffrire, il loro aprirsi e il loro celarsi, il loro assomigliarvi e il loro differenziarsi … In una parola: erano pur sempre i vostri figli, ma intanto voi eravate in qualche modo chiamati a riconoscerli “fratelli in umanità”. E in tutto questo ci avete messo l’anima (anche soffrendo, certamente, ma soprattutto riconoscendo con gioia, mentre li lasciavate alla loro libertà quanto sia importante che ciascuno loro fosse stesso).

Gesù non si presentato a noi come un maestro arrogante, duro, autoritario, ma discreto e paziente: “mite umile di cuore”, cioè accogliente, capace di riconoscere la verità in una situazione e di renderla umana.

Ci sia vicina Maria – a ciascuno per la sua propria storia e per il particolare momento che sta vivendo – a insegnarci e a intercedere: anche Lei ci ha messo l’anima!
 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136