Parrocchia S. M. Segreta in Milano:        Dove siamo        Orario SS. Messe         Contatti          Facebook!

Accesso utente

Una testimonianza di "antiche intenzioni"

“L’espansione, per così esprimerci con parola rappresentativa, dell’Edificio delle Poste si effettuò e fu prima anzi pensata sull’area risultante dalla demolizione della Chiesa di S. Maria Segreta, della attigua di S. Vittore AL Teatro e di fabbricati e spazi annessi, I conti, almeno stavolta, eran fatti non senza l?arte e la Storia, le quali vi avevano pochi e scarsi diritti, non diciamo sulla località e sui ricordi ché son persino fermati dai nomi stessi, ma sugli edifici. Di questi la cappelletta luinesca di S. Vittore al Teatro fu misurata, disegnata, fotografata; gli affreschi ne vennero strappati; e vedremo poi come si fosse pensato a quella che i futuristi chiamerebbero forse imbalsamazione, e gli appassionati, meno cattivamente e più giustamente, ricomposizione. Si dovettero pur fare dei conti, e questi nel solito concreto loro senso, per la costruzione di una nuova Chiesa e relativa Canonica, là dove si erigeva la nuova Parrocchia.

Giacché la densità degli uffici sì pubblici che privati, in confronto della diminuzione delle abitazione nel centro della città, ne rese esigue di fedeli le antiche vicinissime parrocchie; mentre taluni quartieri nuovi, messi per intero ad appartamenti o villini, eran spiritualmente retti da qualche parrocchia lontana e perciò troppo estesa. Di qui, le trattative lunghe e laboriose tra la Fabbriceria di S. Maria Segreta ed il Comune per la vendita a questo degli edifici anzidetti, che gli occorrevano per l’ampliamento degli uffici e servizi postali. In compenso il Comune cedeva l’apposita area in Piazza Tommaseo per la erezione della nuova parrocchiale e versava in danaro sonante, come corrispettivo del maggior valore della proprietà avuta, la somma di novecentomila lire. La cosa fu risolta dal 1908 al 1909 e si concluse per la Fabbriceria di S. Maria Segreta nel possesso dell’area e di settecentomila lire per costruire chiesa e canonica. Le restanti duecentomila dovettero essere messe a disposizione di S. Eminenza il Cardinale Arcivescovo per altre due chiese. Né questo importa qui, ma importa fermare l’attenzione, per chiarimento e monito, sulle idee che dovevano in un prossimo futuro (ormai raggiunto) dimostrarsi troppo ristrette nei riguardi della nuova chiesa e quindi della sua importanza edile. Vogliamo accennare ai criteri che presiedettero alla valutazione di quel che usan dire il fabbisogno finanziario, il quale avrebbe determinato la somma da richiedere. La Fabbriceria di S. Maria Segreta provvide allora alla compilazione di un progetto e annesso preventivo di spesa nel quale si affermava, almeno per la parte artistica, il preciso intento di una semplice ricostruzione della vecchia chiesa, mantenendola perciò di dimensioni, struttura e decorazioni alquanto modeste, cosicché, accingendosi all’opera dopo le regolari approvazioni delle superiori Autorità, vi si mise con l’atteggiamento scrupoloso di chi sa di dover seguire un programma ben determinato, fermamente convinta di doversi attenere a quei progetti e preventivi. Non è chi non veda la mancanza di vedute larghe e diritte non diciamo per l’arte o anche solo pel decoro edile, ma puranco per rispetto a quella giusta antiveggenza che avrebbe dovuto imporre al preventivo un certo respiro. M codeste parsimonie si pagano poi o con consuntivi quasi sempre troppo lontani dai preventivi, o con risultati che vorremmo chiamare francamente con l’appellativo di gretti. Però due anni di poi, nel 1912, la Fabbriceria nuovamente composta, meno rigida tutrice di quel rigido programma minimo e, per contrapposto, più antiveggente e meglio edotta delle necessità di ogni ordine che quel programma non ebbe a contemplare ma che era pur d’uopo affrontare, ebbe il lodevole ardire di rompere gli argini e la fidente iniziativa di un nuovo concetto: una chiesa cioè che fosse corrispondente per importanza di decoro e di arte al ricco quartiere nel quale doveva sorgere. Per il che fu chiamato il prof. Arch. Augusto Brusconi in unione all’ingegnere Antonio Roncoroni il quale, come già sia era occupato in antecedenza di tutta la partita tecnico - amministrativa collaborando col fabbriciere ingegnere A. Mauri, così continuava in tale incarico.

*** *** ***

Per il maggio del 1910 le due chiese furon chiuse per la immediata demolizione e, conseguenza assai curiosa, il clero che trovava i locali per sé nelle vicinanze della futura chiesa, non li trovava per il culto; se non fossa stata tosto accolta ed attuata, dal giugno all’agosto, l’idea di erigere una chiesina provvisoria su parte dell’area assegnata; consentendosi per di più l’agio di qualche anno nella costruzione della nuova chiesa, a favore della quale si sarebbero cumulati gli interessi. Nel contempo gli stessi ingegneri Mauri e Roncoroni, seguendo il progetto di massima di anzi accennato, curavano l’erezione della Casa parrocchiale la quale, con tutta puntualità, fu pronta pel termine desiderato, alla fine cioè del mese di settembre 1911. Pertanto l’architetto Brusconi veniva a trovar il posto per la nuova chiesa definiva in una condizione di area non eccessivamente allettevole. Poiché da un lato già sorgeva la Canonica; dall’altro, sull’angolo delle vie Mascheroni ed Ariosto, era evidente si dovesse rispettar la Chiesina provvisoria, come infatti ebbe a raccomandare la Fabbricieria: rimaneva alla Chiesa il non grande e non felice spazio così contenuto prospettante la Piazza. In una parola: l’asse ne era tracciato; non senza aggiungere che nel sottosuolo l’ossario già costruito per le spoglie delle sepolture distrutte nelle due chiese demolite, determinava la posizione dello “scurolo” che vi si desiderava in corrispondenza. Il tema, per fortuna, era complesso e sarebbe stato in compenso promettente, se i vari e stretti vincoli non ne avessero sminuita la possibilità di soluzioni più libere, per riguardo al taglio ed alla fisionomia generale, in uno studio pur sempre dignitoso ma reso arduo ed ingrato da quelle conciliazioni e combinazioni, che devono metter d’accordo la economia con l’abbondanza dei desideri non soltanto estetici! Or ecco, il gruppo de’ fabbricati da erigere nell’area disponibile doveva comprendere: la chiesa con la sagrestia, penitenzieria, locali di magazzino e di servizio; due alloggi per gli inservienti, di tre locali ciascuno; un oratorio con salone per teatro; locali per biblioteca, “buvette”, servizi ecc. La chiesa si desiderava più ampia della vecchia e cioè capace di almeno duemila persone. Richiedevasi, ben s’intende, l’ingresso principale sulla fronte di Piazza Tommaseo, ed un altro secondario verso la via Ariosto; poiché lo scurolo sotterraneo doveva avere accesso diretto dall’esterno oltre che dalla chiesa e dalla sacrestia. Si dovevano poi sviluppare sui fianchi della Chiesa due portici sboccanti sulla fronte e con grandi aperture per il giro delle processioni. Come si vede, la mente che dispose tutti questi desideri e quello di un Battistero da potersi riscaldare come la chiesa e la sacrestia, pensava con una certa larghezza; alla quale tuttavia contrastavano altri requisiti: non parliamo del numero di confessionali e della posizione delle cantorie e nemmeno dell’obbligo di riusare gli altari della vecchia chiesa, compreso il maggiore, tutti di valore più che mediocre; ma della viva raccomandazione di giovarsi al possibile del materiale d’uso (serramenti) o di ornato (capitelli per esempio) provenienti dalle demolizioni; e dell’altra, comprensibile, di studiare in tal modo i particolari interni da potersi ancora adoperare il ricco e costoso paramento di damasco rosso. Si raccomandava del resto che la distribuzione interna e lo stile ricordassero il più da vicino possibile la vecchia chiesa. Con tutto ciò quale larghezza di significato poteva e doveva avere la facoltà lasciata all’architetto di mutare pur le proporzioni ed i motivi ornamentali?

*** *** ***

Ma certo chi ha ragionevole pratica ed assieme entusiasmo (e l’architetto non era fortunatamente privo né dell’una né dell’altro) sa e può nel corso degli studi eliminare vincoli, conciliare esigenze, trovare, nei limiti stessi, ragione di originalità. Buona fu l’idea di insistere anche in studi per disporre l’asse della chiesa secondo la bisettrice dell’angolo fra le vie Mascheroni ed Ariosto. Non si ottemperava, è vero, a qualche precisa disposizione di programma; non si avrebbero più avuti i due portici sui lati della chiesa e si sarebbe dovuto rinunciare all’accesso dello scurolo direttamente dalla via; ma si sarebbero ottenuti in compenso vantaggi non lievi, oltreché per la comodità e la grandiosità della chiesa e degli edifici annessi, per il decoro edile della località. Tanto che, spinta ad usare di un generoso scrupolo e di lodevole larghezza di vedute, la Fabbriceria permetteva la presentazione di un tale schizzo alla Commissione Edilizia ed all’Ufficio Tecnico del Comune, rassegnandosi ad accoglierlo ove avessi riportato il parere favorevole. Ma tale non fu. Ce ne dispiace; sarebbe stata, almeno per Milano, una delle rare occasioni nelle quali un angolo acuto di risvolta avrebbe trovato soluzione degna in una di quelle testate, che altrove (non pensiamo solo all’America) formano oggetto di amorose cure nell’espressione architettonica dell’edificio corrispondente, e che, purtroppo e troppo di frequente a Milano, si risolvono in un angolo morto. Di più quell’idea, come risulta bene dallo schizzo di pianta, con l’opportuna disposizione degli edifici annessi, avrebbe tolto il grave sconcio edilizio dell’alto muro divisorio delle proprietà confinanti, del quale l’Autorità municipale non si era punto preoccupata nella designazione dell’area per la nuova chiesa. Vi avrebbe potuto rimediare poi, con il caldeggiare il codesto progetto, se non si fosse fermata nel prefissato criterio di volere che la chiesa prospettasse la piazza. E così, anziché una movenza architettonica di valore prospettico per rispetto a tutte le visuali (della piazza, della via Mascheroni, e dell’altra via Ariosto), si ebbe soltanto la consueta fronte piatta verso il piazzale.

*** *** ***

Mentre noi ne parliamo, il nuovo tempio di S. Maria Segreta va sorgendo, desideratissimo e necessarissimo. Ma ahimè: l’assillo continuo della spesa ebbe, dopo tanti tentennamenti, il sopravvento, si che il progetto, concepito dal programma se non larghissimo certo decoroso del 1912, si trovò appena nato quasi diremmo stroncato per le mani di quegli stessi che gli diedero vita. Non sappiamo se ancora si darà compimento alla cripta, studiata dall’architetto Brusconi con particolare amore, e se sulla mole della navata si estollerà la cupola desiderata dapprima non meno dalla Fabbriceria che dal progettista per evidenti ragioni di risalto della massa, e se ancora sulla fronte si innalzeranno i due campanili con felice accorgimento ideati a ravvivare tutto il prospetto! Sappiamo come le due facciate avrebbero dovuto essere di ceppo di Brembate e non di pietra artificiale che, per quanto accurata, manca pur sempre del calore di un materiale naturale e sminuisce, ognuno lo comprende, il decoro dell’edificio. A queste gravi restrizioni si aggiunse un complesso di circostanze dolorose le quali non importano al nostro periodico, pur riguardando il pratico svolgimento dell’edilizia moderna, simile in ciò a quella che rese famosi per la storia dell’arte i dispareri nella Firenze del Rinascimento o nella Milano dei Pellegrini. Sta di fatto però, che per la erezione della nostra chiesa i dispareri furono di tal natura da costringere il progettista e direttore architetto Brusconi ad abbandonare i lavori, a chiedere anzi di cessare dalle proprie prestazioni professionali, quando, dopo vana speranza ed infruttuosi richiami, gli parve che le restrizioni e menomazioni fossero giunte al segno oltre il quale non era più possibile transigere senza venir meno alla più deferente libertà professionale, che ne comprende pure ogni responsabilità. Per verità, quella Veneranda Fabbriceria che a suo tempo con mossa geniale ed ardita aveva voluto e saputo superare le strettoie e le esigenze di un preventivo programma minimo, per attuarne uno più vasto ed elegante, si lasciò poi sopraffare dall’incubo della spesa: in mille modi cominciò a mostrarsi dubbiosa di tutto e di tutti, favorì contrasti coi propri tecnici, ai quali veniva mano a mano negando le necessarie facoltà di attuazione del lavoro, provocando ritardi dannosissimi; ed infine, con la risoluzione dei rapporti coi tecnici medesimi, causò il maggior guaio di avere, proprio nel momento vitale, privata la grandiosa opera artistica non solo del suo ideatore ma anche dell’ing. Roncoroni, che con amore e competenza l’aveva diretta ed assistita fin dall’inizio.

*** *** ***

Non meno utile, anzi maggiormente opportuna, è la pubblicazione che facciamo dei disegni originali. La planimetria adottata, come accennammo, è quella con la fronte sulla Piazza Tommaseo e risponde con bella precisione a tutte le richieste fatte e ricordate da principio: l’ampio giro dei porticali per le processioni, la buona collocazione delle tribune alle quali danno accesso scalette speciali oltre alle due grandiose scale di fianco della testata del presbiterio, particolarmente destinate alle cantorie dei capicroce ed alla discesa alla cripta sotterranea. Di queste, la scala a sinistra seve pure pel cosiddetto disimpegno con la sacrestia, mentre quella a destra risulta cos’ ben posta da permettere, come volevasi, l’accesso alla cripta direttamente dalla via Ariosto indipendentemente dal resto della chiesa. L’interno si sviluppa grandioso ed armonioso; e l’architetto, sperando che il lavoro fatto servisse con la sua promessa ad ottenere qualche nuova cospicua offerta, aveva in animo di intonarlo a tinte calde con la scelta stessa dei materiali; come infatti si è iniziato per la zona basamentale; e di farne decorare l’ampia volta da artista giovenilmente di grido. Ma i disegni son troppo rigidi e freddi; anche perché, come noto, il Brusconi riplasma ogni particolare nel corso d’esecuzione dei relativi modelli e lei va accarezzando fino all’esagerazione; cura specialissima che purtroppo qui mancherà e che invece era lecito attenderci come non mai, se si riprometteva di superare con gli stessi la monotonia imposta dal programma e di imprimere al tutto quella sua nota personale che ne contraddistingue l’interpretazione del barocco. Né i disegni mostrano appieno il chiaroscuro della finestra rientrante a nicchia nella parte superiore della facciata e nemmeno risulta se non dalla pianta e dalla sezione longitudinale, la balaustra d’accesso, tanto caratteristica, sempre piacente. L’angolo fra la Piazza Tommaseo e la via Ariosto è di nuovo trovato e giova a risolvere prospetticamente l’alta massa della Chiesa per rispetto al villino di fronte. Si direbbe quasi che dalla rinunzia del suo primo progetto d’angolo l’architetto abbia tratto una predilezione speciale per questo fianco, dove se non fu più possibile coprire il muro divisorio, volle e seppe conseguire, come nel piano primitivo, quegli altri risultati che mirano a ridar valore a due monumenti cittadini. La fronte dell’edificio d’ingresso dalla via Ariosto riproduce ricomposta dai precisi rilievi stati dati dalla Soprintendenza ai Monumenti la facciata della demolita chiesa di S. Giovanni alle Case Rotte, e dai magazzini municipali dove son conservati, membra disperse a morte potranno rivivere al calore di un gruppo architettonico le barocche colonne ed i forti ricci de’ grandiosi cancelli. E la cappelletta, sacra pei ricordi di S. Vittore al Teatro e cara nel nome dell’arte del Luini, risorgerà pur essa come Battistero della nuova Chiesa; risorridenti dalle leggiadre lunette i troppo ben conservati e rinchiusi affreschi.”

*** *** ***

 

 

 

 

 

La Parrocchia, già per il fatto che il suo ambito di aggregazione è la comunità di vicinato, può diventare segno di comunione. Il territorio è il luogo in cui si rende presente la comunità dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, radicata nella Parola e plasmata dall’Eucaristia. Essa è il luogo della pastorale quotidiana, grazie alla quale la fede può diventare accessibile a tutti e a ogni condizione di esistenza. Ciò deriva intimamente dal suo essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e della sua figlie e che vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi, diventando la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (Giovanni Paolo II).

SINODO DIOCESANO 47°, 1995, §135-136